Conductor’s Weekend (Pontedera 16/17 Marzo 2019) – Feder Gospel Choirs – Riflessioni

Riflessioni sul Conductor’s Weeked (Pontedera 16/17 Marzo 2019) organizzato dalla Feder Gospel Choirs Faith by Andrae Crouch feat. Kim Burrell Stamattina mi son svegliato piuttosto presto mentre mi giravano ancora nelle orecchie e lungo il corpo un sacco di sensazioni, suoni, musiche, pensieri e silenzi raccolti in questi due giorni di simbiosi con i Direttori…

Photographer

Riflessioni sul Conductor’s Weeked (Pontedera 16/17 Marzo 2019) organizzato dalla Feder Gospel Choirs

Faith by Andrae Crouch feat. Kim Burrell

Stamattina mi son svegliato piuttosto presto mentre mi giravano ancora nelle orecchie e lungo il corpo un sacco di sensazioni, suoni, musiche, pensieri e silenzi raccolti in questi due giorni di simbiosi con i Direttori della Feder Gospel Choirs ed alcuni uditori intervenuti per il Conductor’s Weekend.Il brano che non riesco tutt’ ora mentre scrivo, a togliermi dalla testa è quello che trovate nel link qui sopra: Faith dall’ album “The Journey” di Andrae Crouch che sintetizza buona parte di quanto voglio dall’ Arte e in particolare dalla Musica.

La musica nella sua profondità è arte, nella sua superficie è spettacolo.Difficile che in qualche maniera la profondità non sia uno spettacolo, nel senso magnifico di questo termine.In questo brano c’è: profondità in senso verticale come l’ armonia, ops… esiste ancora della musica di fruizione oltre al Jazz, che abbia gli accordi diminuiti/semidiminuiti e via dicendo…, densità di messaggio e contenuti (che è armonia, ossia non c’è nulla di più o meno di quello che serve per sostenere la vita), c’è profondità in senso orizzontale nella conduzione melodica dei contenuti, nell’ emozione che genera, nel tempo che scorre attraverso la carezza e l’ abbraccio dell’ arrangiamento che coniuga orchestrazione, coro e pianoforte, nonchè la terra, che sento rappresentata dalle voci maschili dei Take 6.L’autore del brano è Andrae Crouch, una leggenda del Gospel americano che consente a Kim Burrell di partire dall’ oscurità dei registri per arrivare al sereno dell’ alto cielo con la Fede con le volate tipiche di questa fenomenale interprete.

Per questo Workshop, ero decisamente emozionato, nonostante mi occupi da più di 30 anni di musica afroamericana e pochi di meno di preparazione di cori Gospel o di impronta moderna.Continuo a vedermi come un pianista nerd, che è incuriosito da quello che ascolta e non conosce, oltre all’ esser affascinato dall’ altrui talento e intuizione brillante.Di fatto non ho mai preso troppo seriamente l’ esser io stesso un Direttore di coro, considerandomi in primis un pianista, dove l’attività in senso vocale diventa l’ estensione delle impossibilità espressive di tutto il resto.L’ occasione del seminario mi ha dato modo di fare un bilancio di tutta l’ attività dedicata alle voci e trarne degli elementi utili per esser interessante di fronte a Direttori con attività anche trentennale e con visioni e approcci personali al mondo del Gospel e della coralità.

Non esprimendo verità, ho semplicemente portato il mio modo personale di porre soluzioni a problemi di vario tipo che ho riscontrato in questi anni di attività che vanno dall’ organizzazione delle prove, del repertorio, delle scelte stilistiche, alla gestione della band di accompagnamento, alle trascrizioni e alle scelte di arrangiamento o problematiche di amplificazione e registrazione di un genere ancora nebuloso per molti tecnici italiani.

Essendo noi traduttori europei di un movimento emanazione di un popolo portato nelle Americhe, con un altro colore della pelle, DNA, un’ altra storia e altre sofferenze letteralmente sulle spalle, ma uniti da un messaggio, si tratta di trovare la maniera personale per acquisire quello che alla nostra cultura altrettanto alta manca e può esser da completamento per renderci migliori anche come musicisti, oltre che come esseri umani.

Che tu sia direttore, corista o musicista, il minimo che puoi fare per imparare qualcosa che è così estraneo a noi europei è studiare e studiare tanto, se non per diventare, almeno per avvicinarsi e progredire, quindi trasformarsi, evolvere.

La cultura afroamericana è basata sulla profondità del messaggio di speranza, sul ritmo e sui suoni.Non sulla decodifica ma nel sintonizzarsi, nell’ aver fede in quello che si ascolta dagli antenati e dai precedenti maestri e portare avanti la tradizione illuminando quelli più giovani, che a loro volta proseguiranno.Una sorta di Graal sonoro.Questo rispetto della tradizione e dei Maestri, è un aspetto che adoro e mi affascina tantissimo, trovandolo affine a quello professato anche dai musicisti nella musica classica o semplicemente nelle civiltà che pongono il proprio tesoro nelle riflessioni, invece che nell’ avere.Noi europei abbiamo il bisogno della decodifica, dello spartito, di fermare la conoscenza in una fotografia che non conosca modifiche.E’ una nostra esigenza, perchè spaventati dall’ incedere della vita e dalla possibilità che una fotografia si possa modificare senza nostro controllo lungo il nostro cammino.

Le due giornate si sono distinte anche per il meraviglioso seminario di Paola Bertassi sull’ importanza della lettura e decodifica del ritmo ( QUI potete cliccare per andare a curiosare sui suoi metodi), quindi il sentito, accorato e illuminate intervento di Laura Robuschi, direttrice dei Free Voices Gospel Choir che ha portato la sua esperienza rispetto alla forza della condivisione in questo circuito.L’ introduzione di Lucilla Sivelli è stata l’ esempio migliore per avviare l’ evento.Senza parlare dell’ instancabile Piero Basilico!!Che si fosse in sede di workshop, o a mangiare, o in macchina si è condiviso e seminato decisamente tanto, oltre ad aver conosciuto direttamente persone che ho incrociato in anni di attività o su FB o completamente nuove, il tutto all’ interno del Teatro Era, grazie a Massimo Bracci dei St.Jacob’s Choir.

La mia compagna di viaggio in macchina verso Pontedera e per il ritorno in Friuli è stata Lucia Lesa.E’ buffo, se ci ripenso, quanto abbiamo parlato, ragionato assieme nonostante il carattere piuttosto schivo e taciturno di entrambe.Moltissime persone al seminario mi hanno confessato lo stupore di fronte a quello che avevano sempre visto e pensato silenzioso dietro un pianoforte.Una considerazione interessante è stata capire come mai si possa esser attratti da una cultura così distante e diversa dalla nostra in maniera così totalizzante.Sicuramente c’è il ponte definito dai contenuti, parimenti alla necessità di colmare un gap di attitutini alla vita che questa cultura rappresenta per un italiano.

Nello specifico assieme ai direttori si è condiviso, ragionato, trovato soluzioni a problematiche comuni.Per la prima volta in seno all’ attività fra Direttori italiani.Certo, noi siamo dei traduttori, spesso cover band, a volte capaci e non brutte copie dell’ esempio originale, ma dobbiamo trovare la maniera anche da italiani per risolvere i problemi di allestimento e attività che in questo caso anche gli afroamericani, a meno che non abitino in Italia da almeno 20 anni, non sanno riconoscere e quindi risolvere operando direttamente nelle debolezze della nostra cultura, quindi accade spesso che questi vengano ospitati realizzando dei workshop di refill di repertorio, per un bust al coro, purtroppo non sempre esattamente preparati e di poco aiuto al direttore italiano, che cerca appigli dalla cultura originale per migliorare di continuo il propio coro, anche quando, anzi in particolare quando l’ effetto butterfly dell’ ospite afroamericano svanisce.

La questione : si, abbiamo sicuramente delle debolezze nei termini in cui mi sono espresso sopra, ma… la nostra cultura è una cultura di altrettanto rispetto e che passa per decodifiche diverse.Quindi, perchè non trovare un ponte che possa creare una cultura figlia delle due, capace di aria e di terra, di scrivere e di improvvisare, quindi unita dal ponte delle orecchie, il suono… che se non sbaglio dovrebbe esser assieme al Tempo, la caratteristica portante della musica e anche della vita?

Le nostre culture linguistiche europee, che hanno prodotto incrociandosi con la storia, l’ enorme vastità di tradizioni vocali, ritmiche e armoniche, sono un’ eredità enorme e non minore di quella afroamericana, se poi si vuole aggiungere quello che l’ intelletto ha prodotto nel versante classico, direi che anche il nostro portato non sia assolutamente da meno.La musica ci può insegnare che le idee altrui vanno ascoltate e possono esser elemento di crescita attraverso la mescolanza di buone intuizioni.La nascita di un vero e proprio filone di Gospel italiano, potrebbe far inorridire, come potrebbe esser una sfida.Per quanto mi riguarda, basta esser veri.In un matrimonio non guasta esserlo, se possibile allora il frutto coro o brano proprio, sarà di amore e di evoluzione.

Non esiste competizione, figuriamoci un Gotha.Le idee migliori sono quelle ancora non trovate da te stesso.

Ascoltare sempre, esprimersi se si ha contenuti.

Grazie per l’ occasione Feder Gospel Choirs!