Kenny Barro, Piano Solo
Teatro Palamostre di Udine martedì 10 Aprile
Rassegna Note Nuove organizzata da Euritmica.
Pianoforte Steinway & Sons di Lorenzo Cerneaz
Spostamento e frattura temporale.
Il concerto in questione, meraviglioso sotto moltissimi aspetti, che ha soddisfatto tutte le mie aspettive di appassionato di Jazz, di Piano Jazz ed in particolare del filo nero che percorre la storia di questo strumento, ha mosso anche alcune considerazioni rispetto alla fruizione della musica Jazz ai nostri giorni.
La prima considerazione è che il Jazz nel suo DNA è l’espressione di un’ individualità, di come ciascuno di noi possa esprimersi attraverso un linguaggio, mantenendo la propria personalità, suono ed individualità.Non è una musica corale nell’ espressione singola, ma il processo cognitivo si attua attraverso la condivisione e la voglia di imparare dai Maestri più grandi, assimilando per rispetto e rielaborazione, esercitandosi suonando assieme agli altri musicisti che trasmettono così la loro onda e sapere a chi sa ascoltare.
Una individualità che passa attraverso l’ istinto, il talento, la “purezza” di una propria voce identificativa.
Mi vien da pensare a Thelonious Monk, il quale viene spesso identificato come un puro innovatore, come se fosse scaturito dal nulla, senza passare per i suoi beniamini… si ascolti il disco “Solo Monk” per ascoltare i riferimenti di questo UFO.La sua genialità arriva dal rinnovare ed attualizzare il linguaggio sedimentato da James P.Jonhnson, Art Tatum, senza rinnegare la propria prepotenza ritmica e colore.Monk suonava come “Solo Monk” e per sempre Monk.Così lui come tutti i grandi capi scuola del Jazz.
Kenny Barron era Kenny Barron fin dal principio, seppur con tratti del linguaggio bebop più accentuati ai propri esordi.La sua carriera, passata fra dischi a proprio nome, progetti post Monk come gli Sphere ed esser probabilmente il sideman della sua generazione post BlueNote Years più ricercato della storia (bastino i nomi di Dizzie Gillespie, John Coltrane, Chet Baker e Stan Getz), si definisce attraverso un linguaggio che parte da Nat King Cole, Bud Powell, passa per il primo McCoy Tyner fino a toccare Chick Corea.
Quello che ha assimilato improvvisando e condividendo il palco con innumerevoli grandi improvvisatori, per svariate ore alla settimana, fino ai suoi attuali 75 anni… è il succo che ci porta quando le sue mani scendono sui tasti di un pianoforte, compresi i silenzi, il timing e il relax di non dover mai dimostrare nulla a nessuno, se non di suonare se stesso sempre e comunque.
Suonar se stesso sempre e comunque.
Ecco il punto.
Non ci viene più insegnato che esser se stessi è la definizione della franchezza nell’ essere.
Non puoi mentire se ti presenti per quello che sei.
Se usi le tue parole, i tuoi contenuti.Certo, andare a scuola può darti una mano nell’ organizzarli ed esporli in modo più consono.Ma l’ importante è avere i contenuti, che vesti con la tua voce, non quella di altri.
Certo Monk suonato da Barron può sembrare un esercizio di stile.Evidentemente questa è un’ affermazione valida per chi di Thelonious conosce solo la scorza, non la polpa.
Tempo fa parlando proprio di TM con un amico pianista localizzato nel movimento Free ci siamo scontrati per poi definire la sua musica, per quanto mi riguarda verso il passato e lui verso il futuro.
Barron ha un suo suono anche quando suona Ellington, Dollar Brand o Monk.
Li rilegge attraverso se stesso.
Spesso oggi ascoltiamo concerti o dischi di giovani pianisti di Jazz o presentati come tali, in cui si può ammirare lo studio precisissimo su Bill Evans, Hancock, Tyner, Corea, C.Taylor, Jarrett, Mehldau.L’ ascolto passa velocemente fra un brano che suona come questo, come quello, poi il brano latino alla Camilo, il contemporaneo Aaron Sparks, echi barocchi o postromantici, momenti raveliani.
Certo ma… il pianista in questione, quello che sta facendo sfoggio di tal preparazione ed erudizione, che voce ha?
Qual’ è la sua identità e personalità al di fuori della parafrasi altrui, una sorta di High Level Quoting?
Queste riflessioni fatte assieme ad un allievo, dopo il concerto di KB mi sono venute in mente anche guardando le poche teste che cadevano dal sonno nell’ arco dell’ ora e 3/4 di concerto senza pausa in piano solo a 75 anni.
Il repertorio alla fine dei conti non era il cosa, ma il come, anzi il chi!
Poteva suonare “Oh ce biel cjscjel a Udin” e sarebbe stato lo stesso un brano di KB.
Di fatto, facendo un parallelo con i programmi di pianisti di estrazione classica, di quelli senza troppe pretese o longimiranza, si può trovare: un brano di Bach, poi Mozart, quindi Beethoven, Chopin o Brahms o Liszt, Debussy più qualcosa di contemporaneo che renda meno demodè la proposta generale.Bello, piace a tutti (quasi), vario.Una panoramica salva vita.
Ma un concerto monografico su Brahms?Schumman?Schubert?Messien?Cage?Certo anche questo è un classico, anche se meno popolare del precedente.
Ok potrebbe esser monocolore, anche se la varietà compositiva potrebbe dimostrare il contrario.
Il problema non è questo, il monocolore.
Il vero problema è nel pubblico, ossia l’ incapacità di mantenere la concentrazione e l’attenzione emotiva, seguire il filo musicale proposto da un pianista sul palco, che ha il merito di esser se stesso ed in quanto tale esser il pianista più richiesto al mondo.
Per quasi 2 ore abbiamo avuto la possibilità di esser protagonisti dello spostamento temporale e sonoro definito dall’ essenza di Kenny Barron.
Certo avrebbe potuto suonare un po’ più tipo questo o quello, non avremmo ascoltato Kenny Barron, ma un replicante.
Abbiamo ascoltato il Jazz.
Poi… può piacere o meno, ma almeno era sincero.
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